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La ricerca umiliata all'Enea

di Carlo Rubbia

Data: 16 lug 2005


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𝒰n male oscuro di abbagliante chiarezza sta precipitando l'Enea in un profondo dramma gestionale e progettuale. La crisi è così grave che, come presidente, non posso più tacere, per il bene della ricerca e dell'Italia. Gli attuali organi istituzionali dell'Enea si sono insediati all'inizio del 2004, dopo un lungo periodo di commissariamento.

Con la nuova legge si è voluto che il presidente dell'ente avesse un profilo di altissimo livello scientifico internazionale. È però accaduto che il consiglio di amministrazione non venisse individuato dal governo con analogo criterio, ossia privilegiando quello di eccellenza delle conoscenze e esperienze acquisite nel campo delle attività tecnico- scientifiche. Avrei, forse, dovuto cogliere subito questo handicap di partenza e riflettere su quanto era, a quel punto, lecito e possibile attendersi da me. Senonché è prevalso sulle perplessità il mio forte desiderio di dare ciò che potevo al mio Paese, sostenendo costruttivamente l'Enea. È stato un errore. Un errore al quale si sarebbe potuto porre rimedio con adeguata sensibilità politica. Sensibilità che non c'è stata.

La verità è che presidente e consiglieri di amministrazione parlano due lingue totalmente diverse. La carenza di sapere scientifico dei consiglieri, ha provocato un ulteriore deleterio effetto: il loro testardo compattamento in stile branco (con tutto il rispetto per le persone, ma il termine rende meglio l'idea), espressione di una mediocre difesa. Si è spesso detto dell'esistenza di scontri tra me e il cda: in realtà non ci può essere "scontro" tra un gruppo compattato di sette consiglieri di esplicita nomina ministeriale da una parte e uno scienziato senza connotazione politica dall'altra.

Uno scienziato-presidente messo continuamente e sistematicamente in minoranza. Tale surreale condizione è frustrante, deleteria. I consiglieri hanno addirittura preteso di sostituirsi al presidente nel proporre il direttore generale. Ossia, rivendicando non solo il diritto (sacrosanto) di nominare il direttore generale, ma anche quello di proporlo a se stessi. Si è giunti al punto di chiedermi, avendo io presentato una rosa di cinque nominativi, di proporne invece una rosa di sei, indicandomi ovviamente anche quale dovesse essere il sesto nome: quello che già avevano deciso dovesse occupare la carica di direttore generale. Essendomi rifiutato di scadere nella burla, il Consiglio si è appropriato della "rosa", con un solo e unico predestinato petalo.

Mi sono allora rivolto al Tar e il tribunale mi ha dato ragione: la nomina era irregolare ed è stata annullata. Il paradosso è che la mia istanza al Tar avrebbe assunto connotati di un atto "sovversivo", agli occhi dei consiglieri soccombenti nel giudizio. E ancora più sovversiva è ora ritenuta la mia richiesta che venga rispettata quella sentenza.

Mentre infuria questo tipo di "altissima gestione", l'istituto di ricerca è paralizzato. Il Consiglio ha infatti sistematicamente "ripulito" i maggiori programmi strategici innovativi di alto livello che erano la parte principale delle scelte strategiche mie e del precedente piano triennale. Mi riferisco soprattutto al progetto europeo per il bruciamento delle scorie radioattive, programma nel quale l'Italia aveva assunto una posizione di assoluta leadership mondiale: la bocciatura votata dal cda dell'Enea ci ha fatto perdere un finanziamento comunitario di 5 milioni e mezzo di euro, fondi che pochi giorni fa sono stati dirottati a un laboratorio di ricerca americano.




Tutta una serie di altre iniziative "storiche" hanno subito una politica finalizzata a destabilizzare il corpus delle competenze (e in alcuni casi del primato) scientifiche dell'Ente. Mi limito a citare il progetto Antartide, per molti anni uno dei più prestigiosi progetti internazionali di esplorazione del Polo Sud, che è stato sottratto all'Enea e trasformato in un consorzio di svariati enti azionisti; le attività di ricerca nel campo della fenomenologia ambientale, che sono state tolte all'Enea con la costituzione di un consorzio chiamato "Centro Euro-Mediterraneo" sotto la direzione di un microscopico gruppo di persone. Entrambe le attività si trovano oggi in una situazione altamente critica, vicino al collasso le prime, apparentemente bloccate le seconde.

Ho ormai ampiamente constatato tutto ciò, e cioè che una convivenza civile in seno al Consiglio è divenuta una impresa difficile, in quanto ogni mia azione concreta in favore dell'ente - direi ogni mio tentativo di lavorare - viene osteggiata a priori. Ho sempre avuto molto rispetto per i ruoli istituzionali, ho atteso e ancora attendo un significativo interesse per il futuro del più grande e prestigioso ente di ricerca applicata in Italia, per la sua vocazione, per il ruolo internazionale, per l'avvenire della ricerca, per gli oltre suoi tremila dipendenti che lavorano seriamente e il cui valore non viene difeso da nessuno.

Il silenzio comincia però a pesarmi, perché nel vuoto del silenzio, trovano spazio le maldicenze, le critiche ingiuste, le censure infondate. Non ho mai sopportato questo stato di cose e mi avvilisce constatare che al primato della scienza si sostituisca lo spicciolo tornaconto quotidiano. Non posso quindi più stare in paziente silenzio. È una questione di dignità e di rispetto. Per me e per tutti.

Lettera aperta di Carlo Rubbia del 15 luglio 2005
L'autore è presidente Enea e premio Nobel per la Fisica,
è stato dal 1990 al 1993 direttore generale del CERN.

Fonte: Repubblica.it


Rattrista vedere come la normalità di un sistema della ricerca in mano ai politici faccia il suo corso, viene usata l'Enea per scambiare voti con favori, il così detto voto di scambio, un sistema che coinvolge molte istituzioni pubbliche e che non fa funzionare l'Italia. Personalmente ritengo sia un modo di fare funzionare la nostra società che tiene conto della furbizia degli italiani che in effetti votano democraticamente e compattamente per chi gli fa "i favori" e non per chi merita. Poi tali personaggi mettono all'Enea quelli che la pensano come loro e cioè quelli che fanno favori in cambio di voti.

Di questo sistema Rubbia si lamenta ma è una voce isolata. All'estero dicono che gli italiani sono mafiosi magari anche il loro sistema sociale non è esente da critiche ma il nostro è probabilmente paramafioso cioè stiamo convintamente preparando il terreno perché la debole pianta della mafia possa attecchire la dove non è ancora presente. Tra un politico che ti dice che per avere un tuo diritto devi pagare o devi votarlo e un mafioso che ti dice che per avere la sua protezione devi pagare o devi votarlo il passo non è molto lungo.

Comunque noi italiani da Milano a Palermo abbiamo imboccato la strada che porta da una società onesta a quella mafiosa, siamo a buon punto e Rubbia non fermerà gli italiani che rivoteranno gli stessi politici che cacceranno il prossimo onesto che si porrà sulla loro strada.

Sandro kensan



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Questo articolo è stato commentato 10 volte.

Ultimo commento inserito da Anonimo venerdì 19 agosto con il titolo: "La vergogna".

Commento:

Metre leggevo la lettera aperta del Professore, mi sono tornate in mente tutte quelle furberie, situazioni quotidiane che vivo e viviamo noi che ancora proviamo a vivere e a lavorare in modo onesto, leale e rispettoso, noi che vorremmo fare il nostro lavoro con passione e professionalità.
Quello che oggi accade a Rubia, è ciò che accade nella maggior parte delle aziende (pubbliche e private) del nostro paese, un'ammasso di ferraglia, dei baracconi che oramai non si reggono più in piedi, pieni di personaggi che contiano a rivendicare ciò che fanno (poco) o hanno fatto, ma che combinano poco o nulla......... lo scopo? La loro poltrona, ottimizzare al massimo il pe reiodo in cui ci sono seduti, sfruttare tutti quelli che sono i mezzi aziendali per fare i propri affari!!! Gli altri?? Il futuro del'azienda (anche se si chiama Italia)? I suoi dipendenti?? I suoi clienti ?? Non importa, adesso ci sono loro, hanno poco tempo e debbono fare in fretta.
Unico ostacolo per loro oltre al tempo è la "vergogna", ma questo non fa parte più dei valori del "nostro" paese e del loro branco".
Un grazie al professore, perchè uomini come lui fanno ancora sperare......
Giangi69



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Carlo Rubbia

Data: 16 lug 2005
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argomento: Opinioni, articoli: Cultura Occidentale








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Uomo di Cheddar di 9'000 anni fa

Inglese di 9 mila anni fa ricostruito in base al DNA del Cheddar man il cui scheletro completo e ben conservato e stato ritrovato in Gran Bretagna. Aveva la pelle scura e gli occhi azzurri in base al DNA.

L’Uomo di Cheddar era un Homo Sapiens, era alto 166 centimetri e quando morì era intorno ai 20 anni. Faceva parte di una popolazione di cacciatori-raccoglitori, era intollerante al lattosio e agli amidi, aveva un sistema immunitario che lo difendeva da molte malattie. Quest'uomo è distante da noi solo 450 generazioni.

Lo spagnolo Uomo di La Braña, analogo a questo (pelle scura e occhi azzurri), era distante da noi solo 350 generazioni (7 mila anni).

Fonte: Nature


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