Oggi ho scoperto che in Italia si apprestano sistemi per filtrare IPs
tramite i provider. In parole semplici i siti ritenuti illegali non
saranno più visibili agli utenti medi anche se sono situati
all'estero. Questo è grave.
Per esprimere il problema si consideri la trasmissione Satyricon
di Daniele Luttazzi su RAI 2 che nel 2001 fu sospesa perché
si riteneva avesse diffamato Berlusconi e Mediaset. Qualche giorno fa
Mediaset ha dovuto pagare 30 mila euro a Luttazzi per avere perso la
causa.
I filtri di stato passono essere usati con estrema facilità
per filtrare diffamazioni, violazioni di marchi, violazioni di
copyright, testi contro la morale, testi che falsificano la storia
ufficiale, immagini pornografiche. Basta inserire il sito estero in un
apposito file e nessun italiano (sicuramente nessun italiano medio)
vedrà più quel sito.
S'immagini la potenza censorea di un tale strumento di filtraggio:
è lo stesso strumento messo in piedi da qualche anno in
Cina, Iran e altre Repubbliche in cui siamo in lieta compagnia.
Il problema è generale, le nazioni occidentali calcano passo
dopo passo le orme cinesi che mirano a limitare e a bloccare la
diffusione delle informazioni, in poche parole stanno mettendo su i
sistemi per censurare Internet.
Concludo con quello che dicevano i padri di Internet:
«Mi preoccupa il fatto che fra 10 o 15 anni, mia
figlia verrà da me e mi dirà "Papà,
dov'eri quando hanno tolto la
libertà di parola in Internet?"»
Mike Godwin,
Electronic Frontier Foundation
«L’unico
modo per assicurare la sopravvivenza della democrazia è
avere la
garanzia che il governo non controlli la possibilità dei
cittadini di
condividere informazioni e di comunicare.»
Ian Clarke,
fondatore di Freenet
Il più importante giornale on-line che tratta di Internet, Punto-Informatico, fa questo commento per voce del suo direttore Paolo De Andreis:
Roma - Se c'è qualcosa che non va giù a chi
frequenta la rete da tanti anni, a chi ha vissuto il suo sviluppo come
speranza di un'umanità migliore, è la censura. Non
sorprende quindi l'indignazione che ha scatenato la notizia pubblicata
da Punto Informatico secondo cui possono e vengono effettivamente
bloccati in Italia alcuni IP esteri (notizia 1, notizia 2, commento di Vittorio Bertola, ndr). Server e siti che diventano così irraggiungibili agli utenti internet del Bel paese.
Oggi il blocco di un IP, una procedura di recentissima adozione in
Italia, funziona così: le forze dell'ordine, i "cybercop" che
non si occupano solo di calcio e P2P ma di una grande varietà di
crimini informatici, informano il magistrato inquirente
dell'opportunità di chiudere l'accesso ad un IP per far cessare
un reato, oppure per boicottare un sito illegale. Questi, se lo
ritiene, gira la proposta alla Procura ed è un magistrato, per
legge "super partes", a decidere se emettere o meno un decreto di
blocco IP.
Questa è la procedura che viene adottata oggi e che, pur tra le
claudicanti leggi nostrane, si propone come garanzia per il cittadino,
quella che rende giustificabile un atto di censura per gravi ragioni.
Di casi in cui il blocco viene e sarà sempre più
utilizzato ce ne sono tanti, il più eclatante dei quali è
il pedoporno: molti siti all'estero non possono essere sequestrati
dall'Italia, in assenza di una collaborazione forte da parte delle
autorità del paese dove i siti si trovano o dove risiedono i
loro gestori. Ma talvolta sono siti che commerciano immagini
alimentando il business dello sfruttamento e della violenza. La
risposta dei cybercop italiani a questo, oggi, è quasi scontata:
blocchiamo l'IP ed impediamo agli utenti italiani, volenti o nolenti,
per errore o per dolo, di incrementare questo business.
Ed è ovvio, vista l'unanime avversione per il più
spregevole di tutti i delitti, che bloccare l'IP di un sito
pedopornografico non produrrà mai quel mare di polemiche che ha
suscitato quanto raccontato da PI. Questo perché, in quel caso
lì, la censura non si è indirizzata verso un sito di
violenze, ma ha preso di mira un server cinese in quanto da quel server
era possibile, con strumenti a disposizione di tutti, scaricare e
diffondere immagini di proprietà di SKY. Il blocco dell'IP, che
Telecom ed altri hanno già attivato perché così
richiesto dal magistrato, non è quindi legato ad un abietto caso
di violenza su bambini ma ad una questione di diritti d'autore e
diritti televisivi.
In sostanza, si è preferito ricorrere al blocco dell'IP
anziché richiedere ai gestori dei server cinesi, clienti di SKY
e tenuti alla distribuzione di quei contenuti solo sulla televisione
locale, di aggiornare le proprie infrastrutture di sicurezza.
Basterebbe includere nel contratto di licenza dei diritti televisivi
anche una clausola di sicurezza per evitare che possa aver luogo una
distribuzione non controllata, come avveniva grazie a P2P e software
multimediali.
Ed è questo che preoccupa. Perché se può essere
tollerabile, probabilmente non per tutti ma di certo per molti, che
venga inibito tecnicamente l'accesso ad un sito che distribuisce e
lucra sul pedoporno, diventa intollerabile che la medesima operazione
si esplichi per una questione di proprietà intellettuale. E
questo perché impedire ad un individuo adulto di verificare di
persona, impedirgli a monte di scegliere e determinare i propri
comportamenti, fossero anche degli illeciti, è fatto assai
più grave del dolo commesso ai danni di diritti secondari. SKY
evidentemente non può far altro che querelare chi ritiene violi
i propri diritti, la Guardia di Finanza ha dalla sua il dovere di
occuparsene e di definire le dinamiche del reato che viene compiuto, il
Pubblico ministero ha poi l'obbligo di verificare e seguire le
inchieste ma è il magistrato super partes quello che deve capire
se una misura di censura sia o meno giustificabile.
Ed è qui che il nostro sistema si rivela fallato. E questo non
perché i magistrati sbaglino, se accade è naturale che
accada, errare è caratteristica intrinseca del nostro essere
uomini, ma perché tutto questo avviene in una condizione di
semi-clandestinità. Quanti sono oggi gli IP bloccati? Quali
sono? Chi ha deciso di bloccarli e con quali motivazioni? In base a
quali indagini? A quali denunce? E con quali procedure?
Come è emerso in recenti casi di indagini sulla
criminalità informatica, ancora una volta è la normativa
italiana a segnare il passo. Da un lato consente ad un magistrato, come
è giusto che sia, di poter intervenire con tutta
l'autorità dello Stato per rimediare a situazioni di estrema
gravità, dall'altro però nega una vera trasparenza su
provvedimenti che non riguardano solo gli indagati ma l'intera
popolazione. E lo nega anche e persino per le decisioni più
controverse, sottraendo così ai cittadini uno dei loro diritti
essenziali, quello di poter conoscere e giudicare il funzionamento
dello Stato.
Tutto questo pesa sulle promesse della rete, sul suo sviluppo e sulla
possibilità che una nuova umanità più coesa e
più consapevole delle proprie diversità si affermi
davvero. Sì, perché intervenire sulle cose della rete,
mettere dei paletti alle possibilità di scelta delle persone,
ingabbiare la loro navigazione e farlo senza dichiararlo con chiarezza,
senza inserire in un sito web accessibile a tutti ogni informazione su
una censura che si è ritenuta inevitabile, è
drammaticamente pericoloso.
Parliamoci chiaro: in ballo non c'è il rapporto più o
meno dinamico tra cittadino e cosa pubblica, c'è invece la
necessità di impedire il soffocamento di uno strumento che non
sappiamo dove ci sta portando ma sappiamo che è la via ad una
nuova evoluzione. Finché mancherà una trasparenza
assoluta su decisioni di questa portata non solo è giusto
sottoscrivere l'indignazione generale ma è anche necessario
chiedere alle forze politiche, tanto più che siamo praticamente
sotto elezioni, di dire cosa ne pensano, di esprimersi sull'argomento e
di chiarire la propria posizione in merito alla rete, e di farlo per
una volta volando, perché i diritti fondamentali risiedono molto
più in alto delle logiche di mercato, tanto che spesso ci si
dimentica della loro esistenza.
Paolo De Andreis
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Sandro kensan |
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Data: 30 gen 2006 ultima modifica: 3 feb 2006 Letture di questo articolo: 1389 |
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Firefox è stato scaricato 1 miliardi 312 milioni 797 mila 759 volte.
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